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Entro nella città vecchia da New Gate seguendo il filo tortuoso della strada lastricata che serpeggia fino alla caotica Porta di Jaffa. Lungo le vie anguste, man mano che mi avvicino alla chiesa di S. Salvatore, è un gran viavai di gente. Non è la folla che normalmente brulica questi luoghi, non sono i pellegrini né i venditori ambulanti, ed è l’abbigliamento particolarmente curato, tipico dei giorni di festa a rivelarlo. Non tardo a capire che tutta questa danza di colori e voci e il rintocco allegro delle campane preannunciano un grande evento.

Ho quasi raggiunto la meta, ormai mancano solo pochi metri. All’ultima svolta, sbuca correndo una bimbetta sorridente che tiene alto un vestitino bianco candido. Una gran folla si muove di fronte alla chiesa in attesa che la cerimonia delle cresime abbia inizio, è la comunità dei cristiani qui riuniti in una domenica di festa che ha un sapore tutto speciale. Ormai fatico a farmi strada tra questo mare corposo di ilarità, tra questi sguardi che sento familiari, vicini.

Ho quasi raggiunto la meta, ormai mancano solo pochi metri. All’ultima svolta, sbuca correndo una bimbetta sorridente che tiene alto un vestitino bianco candido. Una gran folla si muove di fronte alla chiesa in attesa che la cerimonia delle cresime abbia inizio, è la comunità dei cristiani qui riuniti in una domenica di festa che ha un sapore tutto speciale. Ormai fatico a farmi strada tra questo mare corposo di ilarità, tra questi sguardi che sento familiari, vicini.

Ma sono troppo curiosa per privarmi di una simile visione: l’interno è letteralmente gremito di giovani, donne e anziani; alcuni si muovono in cerca di uno spazio dal quale godersi comodamente la cerimonia, altri già seduti attendono composti mentre osservano la marea umana alzarsi e abbassarsi a ritmo variabile.

Non nego di essere stupita: la mia memoria non ha ricordo di una folla tanto nutrita che popoli una chiesa. Penso alle domeniche in Italia, penso alla messa delle undici, ai vecchietti che, più numerosi, si siedono in silenzio, e penso ai giovani la cui esigua presenza lascia le panche nude e un po’ tristi. Poi torno allo spettacolo che si dispiega davanti ai miei occhi, al correre allegro dei bimbi, ai pianti e alle grida, a quella sfacciata innocenza che rende così viva la chiesa, così reale e umana la religione.

Mi lascio avvolgere dal clima familiare, ormai parte, anch’io, di questo flusso potente. La chiesa, con le sue alte volte policrome, sembra vivere con quella gente, dilatandosi per meglio accogliere la folla corposa, proprio come una madre nel suo abbraccio protettivo.

Ed ecco che entrano i bambini, sfilano ordinati lungo due file parallele con i loro vestiti candidi, tengono in mano una candela accesa mentre avanzano un po’ emozionati: sono loro la ragione della gran festa. Per un istante il vocio si placa lasciando spazio allo spettacolo dei 134 bambini che, guidati dal Parroco di Gerusalemme Padre Ibrahim Faltas e da Sua Beatitudine il Patriarca Latino Michel Sabbah, prendono lentamente posizione dietro l’altare.

Durante la cerimonia è tutto uno scattare di fotografie, ci sono anche le telecamere della televisione a filmare un evento di così ampia portata. Davvero un grande giorno di festa. Ciò che rimarrà impresso e indelebile nel mio ricordo è il clima di allegria e di semplicità, quell’umano rapportarsi al sacro che ho respirato con tanto piacere.

Richiamerò alla memoria i volti dei bambini che popolavano la chiesa in una domenica di maggio, i loro sguardi puri ed entusiasti della vita capaci di legare, seppure in uno spazio limitato e per poche ore, tutte le persone presenti, annodando le infinite storie e sciogliendo i dolori e le contraddizioni in un’atmosfera di profonda comunione, dove la comunità cristiana sembrava respirare all’unisono e il suo soffio essere così potente.

E l’evento vestiva un significato ancora più profondo per il fatto che mai prima si era unita una simile schiera di fedeli: è stato grazie all’impegno e alla dedizione di Padre Ibrahim Faltas, che attraverso un lungo lavoro a fianco di genitori e padrini, è riuscito nell’intento di stringere nella cerimonia delle Cresime una comunità che di recente si è scoperta più nutrita.

A seguito della costruzione del muro di separazione, infatti, numerosi fedeli residenti in Cisgiordania e in possesso della carta d’identità di Gerusalemme hanno dovuto lasciare le proprie case per evitare che il suddetto documento fosse revocato e trasferirsi così entro il territorio urbano.

L’evento di domenica scorsa quindi, oltre che un’occasione di festa, ha avuto il ben più profondo scopo di sancire l’”adozione” dei nuovi figli entro la famiglia cristiana.

Quei bambini, con i loro abiti bianchi, proprio come la fiamma delle candele accese che stringevano tra le dita, rappresentano la sorgente inesauribile e potente di speranza dalla quale attingere perché capace di diffondere forza e compattezza, ma soprattutto l’entusiasmo che solo permette di superare le salite più impervie e le fratture più laceranti.

Le parole del Patriarca Michel Sabbah hanno esortato i ragazzi e le ragazze che hanno ricevuto la Cresima a confermare, con il sacramento, il proprio ruolo quali testimoni dell’annuncio di gioia di Cristo Risorto e veri discepoli. Il discorso ha acceso in loro la consapevolezza di essere protagonisti, cuore palpitante, del futuro della chiesa locale.

Dopo una lunga ed impegnativa preparazione questi giovani hanno trovato nella Cresima non solo il compimento di un percorso ma soprattutto il punto d’avvio di una nuova esperienza di vita come attori consapevoli e responsabili, protesi in un impegno profondo a beneficio della comunità cristiana e del mondo intero.

ALESSIA BELLI